Una ricerca spiega cos’è accaduto dopo i cambiamenti ai vertici della Rai

POTERE DEL TELECOMANDO E CONTROLLO POLITICO DEI MEDIA

Dom, 06/06/2010 - 18:30

Cosa accade quando muta il controllo politico di un canale televisivo? I telespettatori utilizzano il potere del telecomando cambiando canale? E se sì, in quanto lo fanno? Lo ha spiegato Brian Knight, docente di Economia e Politiche pubbliche alla Brown University

Incominciamo partendo dalla conclusione, forse, più “eclatante” dello studio di Brian Knight e Ruben Durante. In Italia esiste una quota sofisticata di pubblico che sa rispondere ai cambiamenti ideologici, che non si lascia soccombere dalla passività. C’è, in altre parole, un livello di autonomia critica che il telespettatore riesce ad imporre.
Ciò nonostante esiste, forse mai come di questi tempi, una forte preoccupazione sul controllo da parte del settore dei media ed in particolare sul fatto che gli elettori facilmente influenzabili si possano far convincere da mezzi di comunicazione ideologici, con un conseguente vantaggio elettorale per un partito politico. Timori, come si è scoperto durante l’incontro a Palazzo Geremia, tutt’altro che fondati.
Condotta dal 2001 al 2007 la ricerca di Knight e Durante si è focalizzata sul nostro Paese per due questioni particolari. La prima: il principale canale pubblico (TG1) è controllato dalla coalizione al governo. La seconda: la rete privata è di proprietà di Berlusconi, che è il  capo della coalizione di centro-destra.
Tre invece le domande che gli studiosi, utilizzando i dati sui contenuti e di ascolto prima e dopo il cambio di governo del 2001, si sono posti: qual è la collocazione dei canali televisivi nello spettro ideologico? Il cambio di governo causa cambiamenti nella posizione ideologica del TG1? E ancora: i consumatori rispondono a modifiche nella posizione ideologica del telegiornale di Rai 1, rivolgendosi ad altri canali? In che misura, infine, la scelta di altri canali modifica il contenuto ideologico del TG1?
Le risposte che ne sono uscite, per certi aspetti, sono davvero sorprendenti.
Valutando la posizione ideologica di ciascuno dei sei canali presi in esame (nel dettaglio TG1, TG2, TG3, TG5, Studio Aperto, Rete4) si è edotto che il contenuto del TG1, nel periodo dell’indagine, si è spostato a destra relativamente a ciascuno degli altri canali. Ma non solo. Il TG1 era una versione meno estrema del TG3, che è controllato tradizionalmente dalla sinistra, quando quest’ultima era al potere e che, sempre il TG1, era una versione meno estrema del TG5 quando la destra era al governo.
Le curiosità non finiscono qui. Esaminando come i telespettatori hanno risposto a tali cambiamenti nella posizione ideologica del telegiornale della rete ammiraglia della Rai si scopre che molti elettori di destra, quando Berlusconi è andato al Governo, sono passati dal telegiornale di Canale 5 al TG1 e che molti elettori di sinistra sono passati dal TG1 al TG3. Questo implica che il consumo ideologico di questi elettori si è spostato a sinistra, anche se il contenuto dei media si è spostato a destra.
In un’analisi delle seconde scelte dei programmi di notizie si nota poi come gli elettori di destra tendano in generale a guardare canali Mediaset, come seconda scelta, dopo aver visto il TG1  come prima scelta. Gli spettatori del TG3, per contro, aumentano quando la destra è al potere. Tuttavia non si trova alcuna evidenza del fatto che il numero di telespettatori del TG5 diminuisca.
Per quanto riguarda la credibilità dei media troviamo, in linea con i precedenti risultati, che la fiducia nella Rai è maggiore negli elettori di destra quando la destra è al potere.
Oltre a poter cambiare canale, chiede Felice Blasi, moderatore dell’incontro e giornalista del “Corriere della Sera”, che cosa possiamo fare noi telespettatori per esprimere il nostro dissenso verso quello che non ci piace, verso ciò che non condividiamo?
“Possiamo spegnere la televisione, risponde Brian Knight, oppure ridurre la fiducia nei confronti dei mass media o rivolgerci a canali alternativi come Internet o i giornali, che in Italia sembrano essere di gran lunga più pluralisti della tv”.